Prendo spunto da questo articolo del Corriere.it di ieri per parlare di qualcosa che mi sta molto a cuore.
Premesso che nutro il massimo rispetto per chi fa questo mestiere, come mai molti di noi ormai non sopportano più i call center telefonici?

Certo, perché ci martellano con centinaia di telefonate, ogni giorno, agli orari più fastidiosi.
Certo, perché ci bombardano di parole, offrendoci servizi che non abbiamo richiesto.
Certo, perché a loro è concesso raggiungerci a ogni ora e immediatamente, mentre quando noi abbiamo bisogno di loro ci tocca stare le ore in attesa al telefono.

Ma soprattutto, trovo che la cosa più fastidiosa sia il fatto che, una volta iniziata la conversazione, non veniamo ascoltati.
Dall’altra parte del telefono c’è un operatore che, semplicemente, legge uno script, senza ascoltare, nella stragrande maggioranza dei casi, quello che diciamo.

Questo ti fa sentire un numero, una formichina della massa.

Certo, non è colpa loro, che eseguono i comandi dei loro superiori (anche se su questo ci sarebbe parecchio da dire), e, allo stesso tempo, non può essere colpa dei consumatori se sono stufi di questo tipo di atteggiamento.

Quello che gli operatori dei call center dovrebbero fare è rendersi conto che hanno a che fare con degli esseri umani.
Tutti diversi, tutti sfaccettati, tutti speciali a proprio modo.
Con convinzioni, esigenze e modi di comunicare unici.

Se fai un lavoro a contatto con la gente, ricorda: ascolta, perché hai a che fare con degli esseri umani, ancor prima che con clienti.

L’ascolto permette di capire le esigenze di chi hai davanti, farlo sentire importante, generare empatia.

In una società dove la maggior parte della gente sente, ma non ascolta, tu fallo: farai la differenza e i risultati saranno sorprendenti.